Ezio Bosso e Vienna

Il legame tra Ezio Bosso e Vienna era profondo. L’incontro con Ludwig Streicher, famoso contrabbassista della Wiener Philharmoniker, cambiò il corso della sua carriera artistica. Lo indirizzò verso lo studio del contrabbasso, della composizione e direzione d’orchestra, presso l’Accademia di Vienna. Un periodo formativo che  plasma il musicista e l’uomo.

La Vienna algida, grigia, chiusa e a tratti noiosa sembra antitetica al carattere così appassionato e illuminato del grande maestro scomparso. Eppure è in quello strano humus mitteleuropeo, in quella città dai colori un po’ sbiaditi e dall’eleganza fané, crocevia tra Ovest ed Est, che Ezio Bosso forgia la sua vena creativa, fa sbocciare il suo talento, acquista luce e colore.

“Per me ogni suono si traduce in un’immagine o in un colore. E allo stesso modo le immagini mi provocano suoni” ha detto nel 2013. Forse è per questo carattere filmico, per questo suo essere indissolubilmente legata alle immagini, che la musica del maestro torinese è così amata dal cinema. Tanto che in Italia per anni è stato considerato solo un compositore di colonne sonore, imprigionandolo in un ruolo che gli andava stretto. Della sua musica ha detto che “deriva dalla squadratura di un’immagine che diventa una cellula e poi si sviluppa e porta ad altre immagini, diventa una sequenza e questa sequenza alla fine diventa un brano”. È per questo che le sue note, l’una connessa all’altra in un continuum, racchiudono in sé i colori, la bellezza, l’energia vitale. Non ho mai incontrato Ezio Bosso. L’ho solo conosciuto attraverso le sue composizioni. Mi resta il rimpianto di un concerto mancato, proprio nella capitale austriaca, di cui voglio raccontarvi

Quel concerto a Palazzo Metternich

La storia che sto per raccontarvi narra di un’idea che non si è mai trasformata in realtà. Era giugno 2017. L’anno prima Ezio Bosso era stato ospite al Festival di Sanremo diretto da Carlo Conti. Un’apparizione che lo ha consacrato al grande pubblico. Nella Vienna d’inizio estate era in pieno svolgimento un ricevimento organizzato dall’Ambasciata d’Italia. In quell’occasione mi venne in mente di proporre l’idea di un concerto a Palazzo Metternich che fosse un tributo alla musica di Ezio Bosso che a Vienna ha studiato e vissuto.

Vienna, la musica, la ribellione

La capitale austriaca ha rappresentato la ribellione, come lo stesso Ezio Bosso ha affermato. Vi arriva a sedici anni, quando la scelta della musica, per lui figlio di operai, vuol dire combattere contro un destino già segnato per costruirne uno che fosse solo il frutto della sua passione. La musica e gli studi viennesi sono la reazione veemente di un ragazzo ribelle che ha vissuto un’infanzia umile e decide di vestire la sua combattività di note.

Attraverso la musica il giovane Ezio Bosso smantella false convinzioni, come quella che “i figli degli operai fanno gli operai, i figli dei musicisti fanno i musicisti”, parole terribili che lasciano una cicatrice nell’anima, tanto che dirà: “Da lì è iniziata la mia lotta per esautorare quella frase così idiota”. Vienna rende possibile ciò che sembrava interdetto, raggiungibile l’irraggiungibile. Il potere salvifico della musica in una sua intervista del 2019: “La ribellione, per me, l’ha fatta la musica, che mi ha fatto scappare di casa, andare a Vienna a 16 anni, fare incontri fondamentali”. La città dei café, in cui le note permeano ogni strada, vicolo, pietra, diventa il luogo in cui si realizza il modo di fare musica del maestro torinese, fatto di “rigore, sacrificio e disciplina”.

La determinazione è tutto

Vienna e la sua centralità nel percorso musicale e formativo di Ezio Bosso dava fondamento e sostanza alla mia idea. Per l’iniziativa pensavo di coinvolgere Ryoko Tajika, pianista giapponese, quasi italiana di adozione, interprete appassionata e talentuosa che aveva già suonato in Ambasciata con successo.

Purtroppo di quel progetto non se ne fece nulla. Non seppi sostenere abbastanza la validità della proposta e la portata di un simile evento. Forse non era il tempo giusto. Soprattutto, è mancata la mia determinazione. Se un’eredità ulteriore Ezio Bosso ci ha lasciato, oltre alle sue composizioni e all’opera di divulgazione della musica, è anche quella di non perdere mai la forza, di non permettere che il nostro entusiasmo soccomba, di non farci fermare dalle difficoltà.

Rinascere dopo un’assenza di colori

Per chi ha imparato a leggere le note prima delle lettere dell’alfabeto, a pensare per suoni, associandovi colori e immagini, il fluire della musica diventa essenza. Proprio nel periodo della malattia, dopo l’operazione per asportare una neoplasia al cervello e con la successiva diagnosi di una sindrome autoimmune, che fiacca e infligge duri colpi al suo corpo, ma non alla sua mente, Ezio Bosso vive quella che lui stesso definisce una “storia di buio”. Allora capisce che la musica è parte di lui, ma non è lui. Comprende di esserne in qualche modo strumento, di esserne al servizio. La musica, che a suo tempo è stata ribellione, stavolta lo ripagherà ridandogli la forza per superare dolore e sofferenza, per ricreare un equilibrio tra corpo e mente, per ricominciare a sentir scorrere in lui le note, come linfa vitale. “La musica è come la vita, si può fare solo insieme” e nessuno più di Ezio Bosso ha saputo diffonderne la potenza, la bellezza, il potere taumaturgico.

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